Semplice. Perché l’Italia fa schifo.
Storia di una vita che non verrà vissuta
Premessa: ottimisti vade retro. Questo post non è per voi.
Mi ero addirittura scordato di scrivere questo post. Già, l’avevo iniziato martedì scorso, subito dopo aver giocato la prima partita a calcetto; lo continuo oggi, dopo nove giorni, quando mi trovo a rifiutare un’altra partita. Ed eccomi qua, dunque, per l’ennesima volta. A non sapere più neanche cosa pensare, a non avere neanche il coraggio di trovare qualcosa a cui pensare. Il chiodo fisso è quello: sono stato sempre un fervido sostenitore della teoria secondo cui l’amore, quello vero, è uno nella vita. Bene, da una parte mi posso dire sistemato, ma non posso fare a meno di trasportare la cosa su un piano più individuale, ossia l’amore che riguarda una propria passione. Beh, la mia, se mi conoscete da almeno dieci minuti, la sapete tutti. Sapete anche che ho già sofferto per diciannove mesi, in passato, dopo uno dei “contrattempi” più gravi che può capitare a chi condivide la mia passione, e sapete anche che ne sono uscito egregiamente, meglio di prima addirittura. “Ho pagato il mi prezzo”, mi dicevo: credevo di aver saldato una sorta di conto che ritenevo aperto per il solo fatto di amare così tanto un fottuto pallone, e per il credere di essere in qualche modo ricambiato. E invece no: visto che non ci facciamo mancare niente, via di altro infortunio. Una spirale in discendendo, non la sinusoide di cui ho spesso parlato anche qui. “Sarà una cosa da niente, mi sto fermo un mesetto e mi curo”. Passa uno. Passa due. Passano otto. E la soluzione si allontana all’infinito, come se la galleria che sto percorrendo fosse dotata di binari e vada più veloce di me quel tanto che basta per far si che la veda allontanarsi di pochi centimetri giorno dopo giorno. Ecco la vita che non verrà vissuta, con molta probabilità: la mia su un rettangolo verde di erba sintetica. Già lo sento il dottore: “Ma perché non ti trovi un’alternativa?”. Non esiste un’alternativa, dottore mio. Al cuor non si comanda, lo dissero in tanti prima di me.
Ti prego…
Solo questo…
Daje mooooo…
Non succede, ma se succede… Cosa? Non ve lo dico per scaramanzia, ma se succede…
Avanti!
Per forza di inerzia o per volontà, poco importa. Quello che questa vita (aggiungete aggettivi dispreggiativi a piacimento) ci insegna appena può è che si può solo andare avanti. Beh, inutile dire che secondo saggi e maestri di vita è meglio andare avanti per volontà: tutti a dire “Ma si, che puoi farci, vai avanti” oppure “tira fuori gli attributi” et similia. Come se quello che mi stia capitando, di positivo e di negativo, fosse dipeso da me. “Reagisci”, dicono: certo, mi strappo un osso, lo depuro e poi lo rimetto dentro. Oppure penso ad altro: allo splendore che ogni giorno sostiene i miei passi, alla simil-carriera universitaria che più piano di una lumaca zoppa si trascina avanti (ma che ad ogni esame son soddisfazioni, non nascondo), al sogno di avere una casetta tutta mia. Pur senza disdegnare l’indietro, però, quando questo porta buoni frutti: vecchi hobby che si ripropongono, ma sotto nuove forme, ad esempio. Ma si, andiamo avanti. Per esempio, da ieri qualcosa è già cambiato: un giorno in meno al mio rientro sui campi. Vi pare poco, per uno che è fermo da 8 mesi quasi? A me no, per niente.
Avanti!
La canzone perfetta?
Probabilmente, eccola. Vi basti sapere che la prima volta che l’ho vista ho pianto. E ad essere sinceri, anche la seconda.
P.S. Tanti auguri a me.
Sono pronto?
Il destino ci s’è messo, stavolta: mercoledì sera altra partita di calcetto, mentre la visita dal fisiatra non arriverà prima di giovedì. Beh, per me sei mesi (più o meno) sono stati sufficienti: ebbene si, rischio. La paura c’è ed è anche tanta, ma questo “edema intraspongioso dovuto a dismetria degli arti inferiori” m’ha già rotto le scatole a sufficienza. Certo, poi se giovedì sento dolore al fisiatra non so come glielo dirò… ma non ce la faccio più. Ho deciso, e vado. Che il ciel mi assista…
Ladies and gentlemen…
Incredibile, anche io ho un’audience! E io che stavo abbandonando tutto perché tanto “chi cavolo mi legge”… Bene bene, datemi un po’ di tempo per rientrare in pista e vediamo se riesco a generare qualche nuovo pensiero, utile o inutile che sia 😛
Federico, Stefano e quell’arrogante di Claudio
Ieri chiacchierando con mio padre, questi mi diceva: “Se inizi ad avere ricordi è brutto segno, vuol dire che invecchi…”. Una battuta innocente, messa lì… ma quanto ha ragione lo capisco solo ora. Scartabellando ho ritrovato dei riassunti scritti tre anni fa per il corso di Ingegneria del Software, a sei mani insieme appunto a Federico e Stefano. Tre anni fa, mille e poco più giorni. Ma quante cose sono cambiate… esternamente poche, devo ammettere. Ma io sono tutto diverso. Oppure sono rimasto lo stesso, ma le persone che avevo vicino hanno messo la freccia e, giustamente, mi hanno doppiato. Fatto sta che quella frase (i due sopracitati neanche la ricorderanno: “Federico, Stefano e quell’arrogante di Claudio porgono distinti saluti a tutti e colgono l’occasione per augurarvi un buon esame), messa li per goliardia, ora mi fa pensare a riflettere, e tutti sapete che quando rifletto impazzisco. Loro sono avanti, sono già “qualcuno”, mentre io sto qua ancora ad arrancare. Oltretutto, eravamo anche bel gruppetto, devo dire che di risate ce ne siamo fatte parecchie… l’unica differenza tra loro e me è che loro sapevano quando smettere di ridere e mettersi a lavorare. Chissà dove sarei ora se avessi avuto la loro stessa caratteristica… Ad iniziare già a pensare ai ricordi, o a continuare a lavorare per il futuro?
Coraggio
Come lo chiamate, voi, mettersi in discussione a ottanta e più anni, quando si ha il sacrosanto diritto di non dover stare più a pensare a dare, ma anche ad iniziare a raccogliere? Io lo chiamo così.