Mentre la mia città va letteralmente a fuoco, io sono qui al giro di boa della mia prima vacanza (eh si, le considero due vacanze diverse: vuoi mettere i tuoi amici e la tua ragazza invece dei nonni? 🙂 ). Tutto dovrebbe scorrere liscio, e invece… come al solito mi sto risparando tremile seghe mentali: sto spendendo una fracca di soldi per rimettere a posto il cellulare, ricomprando la cover nuova originale (perché quella tarocca è già andata a farsi benedire) a 40€, che dopo cinque giorni viene già graffiata proprio dalla protezione in plastica rigida che doveva farla durare mesi senza il minimo segno… quando si dice “il colmo”. La cosa più stupida, e che odio di più, è che già sto pensando a ricomprarla! Altri 30€, giusto perché ho soldi da buttare via! E poi, io che sono stato da sempre il più maldestro essere su sta terra con gli oggetti tecnologici (anche se ultimamente un pochino ci sto prendendo la mano), che buttavo il cellulare dove mi capitava, “tanto chi se ne frega”… metamorosi completa, tanto che ormai manco mi riconosco più. L’altra sfida da vincere è quella con la bicicletta: ce la devo fare. Non può essere che a 23 anni e mezzo devo avere ancora paura. Oggi la sistemo e poi vado. E che cavolo!
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Fatti di vita vissuta. Da me.
Vacanze!
Ebbene si, anche se non faccio un cavolo dalla mattina alla sera, da oggi sono in vacanza in quel di Grottammare. Tre settimane (due con parenti e una con amici (e chissà, una futura parente :)) all’insegna dello svacco più totale, alla faccia di deduzioni naturali e altre menate universitarie. Che tanto, passettino passettino, il traguardo si avvicina… Vedere la cifra singola alla voce “Esami rimanenti” fa un certo effetto 😉
Tutto inutile?
Poi uno dice che l’Italia è arretrata. Poi uno dice che se ne vuole andare in America. A sentire queste cose a me viene da piangere. Il solo pensiero di stare a buttare migliaia di euro, anni di vita, e un po’ di salute mentale per essere sopravanzato da un semianalfabeta (perché questo è il prodotto della scuola pubblica italiana) con un pezzo di carta che attesta che il soggetto sappia usare correttamente un mouse dal valore di non più di 30€, mi fa letteralmente rabbrividire. Anzi, mi viene voglia proprio di tradirlo questo stato, che mortifica me e i miei (si spera) futuri titoli di studio acquisiti con sofferenza e sacrficio. Vuol dire che, se sarà il caso, li porterò altrove, dove saranno ben apprezzati…
Parte di un tutto
Come ci si sente ad essere parte di un progetto, di un grande progetto, uno di quelli che secondo gli autori “potrebbe cambiare il mondo (informatico, s’intende)”? Beh, tanto per capirlo, (effettivamente lo sapevo già, da quando feci le traduzioni per Football Manager 2005 della Sports Interactive — potete trovare anche il mio nome tra i ringraziamenti!) mi ci sono fiondato. “Bassa manovalanza”, ossia copiare le descrizioni delle funzioni di PHP dal sito ufficiale per metterle nella nuova versione di Aptana, un’IDE davvero molto promettente basata su Eclipse. Beh, devo dire che la soddisfazione è tanta, e poi chissà che non mi torni utile…
Zac zac!
Ebbene si. Speravo di evitarlo per un bel numero di motivi, ma pare che il momento si avvicina: dovrò andare sotto i ferri, tra non molto. Una cosa “semplice”, così semplice che riesco persino a dirlo: una videolaparocolecistectomia, che a sentirla così sembra chissà che, ma vi assicuro che suona più brutto di quanto sia in realtà (e vedete quanto sono stato buono, vi ho trovato un link senza immagini scabrose!). La cosa si farà verso fine luglio/inizio agosto… ad ogni modo prima possibile: più presto vado sul tavolo operatorio, più presto tornerò abile e arruolato per una nuova stagione calcistica (se sarà ufficiale o no, solo in cielo lo sanno). Beh, non vi nascondo che un po’ di strizza ce l’ho… ma pare che di alternative davvero non ce ne siano. Anche qui… vi farò sapere!
Scorrazzando nel tempo
Caspita, già due settimane che non scrivo. Strano, effettivamente; prima questo era un appuntamento quasi quotidiano, in cui soppesare sogni e speranze, illusioni e dolori. Invece ora sono riuscito a far passare due intere settimane e qualche spicciolo prima di aver qualcosa da dire. Beh quel qualcosa da dire, manco a farlo a posta, ha proprio a che vedere con il tempo. Stavolta però inteso come passato. Devo dire che le rievocazioni storiche mi hanno sempre affascinato, come d’altronde suppongo a gran parte della popolazione italiana, che fa della sua storia uno (il?) suo punto di forza in termini di identità popolare. Spesso ho pensato “Chissà che bello sarebbe…”, ed evidentemente devo averci pensato talmente tanto che quando stamattina l’occasione mi si è presentata davvero, quasi senza volerlo ho declinato. Sarà stata la mattina tarda, sarà stata la pigrizia impellente… non so. Per fortuna sono riuscito a rimediare, e a vivere una giornata che per quanto quasi ordinaria rimarrà sempre nella mia memoria. Chi mi conosce sa quanto mi affascini il medioevo, i racconti di cappa e spada e tutto ciò che li circonda… beh, impersonare un signorotto in una normalissima sfilata di una mezz’oretta per me è stato qualcosa di unico. La mia mano stretta su quella spada finta, con una presa tanto salda da riuscirla a trasformare in una vera lama nel mio cuore; arcieri al mio fianco e una gentil dama alla mia destra, mano nella mano; i tamburi e le fanfare a ritmo… avessi potuto chiudere davvero gli occhi chissà che mondo avrei visto. Ora il mio pensiero fisso è una speranza di poter vivere nuovamente queste emozioni, che magari per qualcuno non significano nulla (anzi, scommetto che c’è qualcuno pronto a dire che è una buffonata), magari che diventi una piacevole abitudine. E dire che me lo stavo per perdere…
Come la prima volta
Anzi, pure un po’ peggio. Me lo ricordo ancora, anche se a tinte un po’ sbiadite, quel pomeriggio invernale del 2002: mi siedo, guardo il compito, “Questo si, questo no… niente, non lo so fare. Vabbè, amen, per questo quadrimestre sto già a posto!”… E via, senza tanti patemi, pensando solo a tornare a casa e godersi le vacanze. Ora invece… Sarà che ora che ci perdo tempo a studiare, mi sento come in diritto di pretendere qualcosa. Per carità, sapevo di non essere pronto al cento percento… Ma non so, ci speravo, e mi so scottato. Certo, penserete voi: “Che sei un genio, che passi tutti gli esami al primo colpo”? No, ovvio… Non è stato il primo esame che non passo e non sarà l’ultimo. Ma sapete… lo sentivo un po’ mio: ore, giorni di studio… Sembra strano, ma per me era una cosa nuova. L’importante, al solito, è come si cade. Forse stavolta ce l’ho fatta a cadere in piedi: ci vediamo a giugno professore!
Vita vuota, vuota vita
E dire che avevo preso questa decisione proprio per sentirmi più vivo, per avere qualcosa da fare, per non stare a ciondolarmi nell’ignavia per tutta la giornata. Ora che succede? Che vado a letto sempre più tardi, mi sveglio sempre più tardi (e non sempre piacevolmente), il tempo per studiare è sempre meno e quel poco che ho spesso lo uso per rendermi conto che ero partito a razzo e son finito a… esatto, così. Ma allora, porcaccia miseria, si può sapere che voglio? Non faccio niente, e mi flagello perché mi sento inutile; faccio, e mi flagello perché non ce la faccio, per colpa mia o di altri. Ma allora? Dice il solito telefilm: “Il vero sogno è poter sognare”. Ma qui pare che sognare sia una maledizione. Ammesso che, davvero, sogni qualcosa.
“Perché non ti riposi un po’?”
Una frase detta così, tanto per dire, senza malizia, forse fatta con l’unico scopo di fare del bene, di arrecare sollievo. Io riesco solo a vederci sfida, vittoria, rivalsa, sacrificio ricompensato. Mi starò incattivendo, forse; sarebbe un peccato, perché queste persone hanno il “solo“ demerito di essere semplicemente figlie di un altro mondo, di un altro stile di vita. Quello che rimane da capire è se questo incattivimento sia il figlio o il padre di ciò che mi sta succedendo, di questa sorta di inno del ”non è mai troppo tardi“ che ora suona nella mia vita. Se ne fosse il padre si ritroverebbe per moglie, ironia della sorta, proprio la voglia di rendere felici quelle persone, di renderle fiere di un ragazzo che diventa qualcuno. Se invece ne fosse il figlio ci troveremmo di fronte a uno scontro generazionale di prim’ordine: per render fiere quelle persone, ho bisogno di incattivirmi ed avere rivalse su di loro. Oppure c’è una terza via, la più semplice e probabilmente anche la più veritiera: dopotutto queste sono riflessioni che lasciano il tempo che trovano. Torniamo nella realtà: studio perché ho capito di poterlo e doverlo fare. Chi se ne frega di padri, figli, fratelli e nipoti: sto costruendo me stesso, e devo dire che da qualche giorno a questa parte i lavori paiono andare bene. Speriamo che il cantiere duri il più a lungo possibile.
“Se sapessi che è il tuo ultimo giorno di vita… come vorresti trascorlerlo?“
Ragazzi, che domanda. Da uscirci pazzi. Come l’altra volta non è una mia frase, ma una citazione di un telefilm (chi era sintonizzato su Italia 1 verso le 22.30 l’avrà colta sicuramente). Visto, però, che il discorso sui telefilm l’ho già fatto qualche mese fa, stavolta mi concentro sulla frase. È raro per me riflettere così tanto quando vedo un film, o un telefilm. Si, ok, ci sono alcune parole che mi colpiscono più di altre, ma farmi riflettere così profondamente su come potrebbe o non potrebbe essere la mia vita è difficile. Una domanda del genere, ad esempio, è capace di farmi perdere il sonno, di farmi passare pomeriggi inconcludenti solo per sperare di trovare un frammento di risposta. Come vorrei trascorrerlo? Mi viene da chiedermi tanti di quei dettagli, alcuni insignificanti, altri al limite dell’essenziale. Del tipo: con chi vorrei stare? Oppure, dove vorrei stare? Cosa vorrei stare facendo? Poi mi fermo un attimo e capisco che, dopotutto, è inutile pensarci. Come posso immaginare chi avrò al mio fianco in quel giorno, dove potrò stare o cosa avrò occasione di fare. Il che mi riporta ad un altra semplice ma drammaticamente irrisolvibile: quando verrà quel giorno? Certamente non pretendo di trovare la risposta… pazzo si, illuso no. E qui c’è il colpo di scena. Non è questa la domanda che mi fa arrovellare il cervello. La vera vincitrice è: perché non riesco a vivere senza chiedermi tutte queste cose?