Archivio per la Categoria “Riflessioni”

Miei pensieri.

E dire che avevo preso questa decisione proprio per sentirmi più vivo, per avere qualcosa da fare, per non stare a ciondolarmi nell’ignavia per tutta la giornata. Ora che succede? Che vado a letto sempre più tardi, mi sveglio sempre più tardi (e non sempre piacevolmente), il tempo per studiare è sempre meno e quel poco che ho spesso lo uso per rendermi conto che ero partito a razzo e son finito a… esatto, così. Ma allora, porcaccia miseria, si può sapere che voglio? Non faccio niente, e mi flagello perché mi sento inutile; faccio, e mi flagello perché non ce la faccio, per colpa mia o di altri. Ma allora? Dice il solito telefilm: “Il vero sogno è poter sognare”. Ma qui pare che sognare sia una maledizione. Ammesso che, davvero, sogni qualcosa.

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Una frase detta così, tanto per dire, senza malizia, forse fatta con l’unico scopo di fare del bene, di arrecare sollievo. Io riesco solo a vederci sfida, vittoria, rivalsa, sacrificio ricompensato. Mi starò incattivendo, forse; sarebbe un peccato, perché queste persone hanno il “solo“ demerito di essere semplicemente figlie di un altro mondo, di un altro stile di vita. Quello che rimane da capire è se questo incattivimento sia il figlio o il padre di ciò che mi sta succedendo, di questa sorta di inno del ”non è mai troppo tardi“ che ora suona nella mia vita. Se ne fosse il padre si ritroverebbe per moglie, ironia della sorta, proprio la voglia di rendere felici quelle persone, di renderle fiere di un ragazzo che diventa qualcuno. Se invece ne fosse il figlio ci troveremmo di fronte a uno scontro generazionale di prim’ordine: per render fiere quelle persone, ho bisogno di incattivirmi ed avere rivalse su di loro. Oppure c’è una terza via, la più semplice e probabilmente anche la più veritiera: dopotutto queste sono riflessioni che lasciano il tempo che trovano. Torniamo nella realtà: studio perché ho capito di poterlo e doverlo fare. Chi se ne frega di padri, figli, fratelli e nipoti: sto costruendo me stesso, e devo dire che da qualche giorno a questa parte i lavori paiono andare bene. Speriamo che il cantiere duri il più a lungo possibile.

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Ragazzi, che domanda. Da uscirci pazzi. Come l’altra volta non è una mia frase, ma una citazione di un telefilm (chi era sintonizzato su Italia 1 verso le 22.30 l’avrà colta sicuramente). Visto, però, che il discorso sui telefilm l’ho già fatto qualche mese fa, stavolta mi concentro sulla frase. È raro per me riflettere così tanto quando vedo un film, o un telefilm. Si, ok, ci sono alcune parole che mi colpiscono più di altre, ma farmi riflettere così profondamente su come potrebbe o non potrebbe essere la mia vita è difficile. Una domanda del genere, ad esempio, è capace di farmi perdere il sonno, di farmi passare pomeriggi inconcludenti solo per sperare di trovare un frammento di risposta. Come vorrei trascorrerlo? Mi viene da chiedermi tanti di quei dettagli, alcuni insignificanti, altri al limite dell’essenziale. Del tipo: con chi vorrei stare? Oppure, dove vorrei stare? Cosa vorrei stare facendo? Poi mi fermo un attimo e capisco che, dopotutto, è inutile pensarci. Come posso immaginare chi avrò al mio fianco in quel giorno, dove potrò stare o cosa avrò occasione di fare. Il che mi riporta ad un altra semplice ma drammaticamente irrisolvibile: quando verrà quel giorno? Certamente non pretendo di trovare la risposta… pazzo si, illuso no. E qui c’è il colpo di scena. Non è questa la domanda che mi fa arrovellare il cervello. La vera vincitrice è: perché non riesco a vivere senza chiedermi tutte queste cose?

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Già. A fine giornata mi pareva quasi difficile crederci. Ancora una volta, come da dieci e più anni a questa parte, siamo ancora noi. I soliti, i più disattenti direbbero. Quelli giusti, correggo gentilmente io. Trasformare una giornata “normale” (perché non venitemi a dire che pasquetta è un giorno speciale, è un giorno come un altro preso a pretesto per “fare qualcosa”) in un qualcosa di diverso non è da tutti. Farmi divertire giocando a rugby, che come sapete non è esattamente il mio sport, facendomici anche capire qualcosa non è ugualmente da tutti. Provocarsi crampi agli addominali dalle risate a ogni strofa di “Oh Happy Day” giusto perché… perché vogliamo fare così è un qualcosa di spettacolare. Avere con quella gente un rapporto così vivo, così intenso da riuscire a scoppiare a ridere solo con un’occhiata, eppure (forse per alcuni, sicuramente per me) così trascurato… beh, io ho finito gli aggettivi. Ok, non eravamo tutti, e qualche pezzo da novanta mancava (tranquillo bellè, hanno chiesto di te!) ma eravamo comunque “quelli giusti”. Sperando di poterlo essere ancora, e non solo quando capita ma anche quando lo vogliamo far capitare noi. Grazie A., A., A., F. e L.. Questa giornata è stata per noi.

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Ecco qua. Lo sapevo che succedeva. Oramai mi conosco troppo bene: tutto quello che riguarda le mie passioni, le mie manie, il mio futuro (eccetto una sola cosa) può essere ridotto al comportamento di una sinusoide. Si alza, rimane un po’ all’apice, torna ad abbassarsi, gratta il fondo, poi risale e via dicendo. È triste, per tanti motivi: il primo che mi viene in mente è quello del non sapermi sorprendere. Eh si, è così triste non sapersi sorprendere. Intraprendere una qualsiasi cosa sapendo già come andrà a finire, o parlare con persone sapendo già le prossime frasi e i contesti futuri. Un altro motivo, altrettanto triste, è quello del veder passare davanti gli altri senza riuscire a reagire: vedo miei coetanei che si laureano e fanno faville, mentre io… Beh, morale della favola: ve lo ricordate quel puntolino che vi dicevo qualche settimana fa? Beh, se ve lo ricordate fatemi un fischio, che io già non lo vedo più…

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…Dice un mio amico piuttosto giocherellone. A parte la battuta patetica, che peraltro non è neanche tanto immediata, in questa settimana è proprio l’ozio che la sta facendo da padrone nella mia vita. Per scelta, per carità: sono stato io a decidere di prendermi una (giusta) vacanza per una settimana dall’università, dopo quel bel 30. Un po’ per ricaricare effettivamente le pile, un po’ perché è sempre così bello non avere niente da fare e farsi scivolare il tempo addosso come se niente fosse. Ecco, qui rimango sorpreso da me stesso, segno che forse a poco a poco sto iniziando a maturare. Non credevo di poter mai riuscire a pronunciare una frase del genere, neanche una frase che si avvicinasse lontanamente a quella che sto per dire, invece è proprio così: quasi quasi mi manca l’università. Non svenite per piacere, fatemi spiegare. Sarà che io raramente mi ci sono messo, finora, sui libri (e si vede); forse sarà il vedere i miei amici che tra meno di un mese avranno la parolina “Dottor” davanti al nome, o magari la semplice sensazione ritrovata di riuscire un qualcosa, di sentirsi dire “ottimo lavoro” conoscendo che hai appena ottenuto il massimo, che hai eccelso in qualcosa. Una di queste, tutte insieme e chissà quante altre sensazioni mi turbinano nella mente mentre penso: quasi quasi mi metto a studiare qualcosa per passare tempo… Sbrigati, signor ozio, hai tempo fino a domenica: fai quel che vuoi ma fallo in fretta, da lunedì si ricomincia a studiare…

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Ci sono emozioni che sono talmente forti, talmente intense che non riesci ad afferrarle e goderne in pieno. Quando tutto quello che fai, in qualsiasi modo lo fai, va a posizionarsi esattamente nel puzzle dei tuoi sogni. Passare un anno con un enorme peso sulla coscienza, andare avanti ma ripensare ogni tanto a quella piccola macchia. Leccarsi le ferite, poi piano piano rialzare la testa. Giorno dopo giorno dare un valore a quel lavoro, iniziare a perderci le ore, a perderci nottate intere e nello stesso tempo avere sempre più voglia di perderci tempo. Poi, oggi, la riscossa: due cifre, un 3 e uno 0. E tanti significati dietro: da quel “Anche voi ottimo lavoro” alle firme titubanti. Il puntino che era davanti ai miei occhi si è fatto di un millimetro più grande, segno che mi sono avvicinato di un passo. Non che cambi niente: domani si ricomincia con altri ostacoli. Domani si ricomincia a lavorare, o per lo meno a pianificare il prossimo lavoro. Domani si penserà a chi era partito con te e sta per finire, mentre tu sei a malapena dopo la metà. Ma ci penserò domani. Oggi sono fiero di me.

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s.f.
TS biochim., ormone prodotto dalla ghiandola surrenale, ottenuto anche per sintesi, che agisce spec. sulla pressione arteriosa e sul metabolismo generale.

Questo è ciò che riporta un famoso dizionario online liberamente consultabile. Quello che sicuramente molti sanno è che l’adrenalina viene prodotta dall’organismo umano in situazioni di difficoltà, per aiutare l’organismo stesso a superare meglio tali momenti. Quello che voi non sapete è che oggi ho avuto la prova, seppur decisamente trasfigurata, dell’esistenza di questa sostanza, o per lo meno dell’effetto da essa prodotto. Ok, il paragone è decisamente arduo, ma ditemi voi fino a che punto: cinque ore continue di studio (che magari per qualcuno potranno anche essere ordinaria amministrazione, ma chi mi conosce non ha bisogno di rassicurazioni circa il fatto che per me non lo è di certo), alimentate solo da quel sogno. Quel miraggio, così lontano da poter essere a malapena scrutato, lì all’orizzonte. Non solo fisicamente lontano, ma anche idealmente: sapete già che le difficoltà sono migliaia (qualcuno le conosce anche nel dettaglio). Fatto sta che quel puntolino sta lì, fisso davanti ai miei occhi. Lo vedo proprio ora, mentre sto scrivendo questo post, sullo sfondo dello schermo del mio portatile; lo vedo osservando la luna (scusami, candida signora, se mi permetto di macchiarti); guardando in faccia mio padre, o chiunque altri sia il mio interlocutore. E quel puntolino, oltre che vederlo, lo sento anche: la sua voce, flebile e squillante, mi esorta ad andare avanti, a non mollare mai. Per ora ce la sto facendo, oggi ce l’ho fatta. Domani? speriamo che l’adrenalina rimanga in circolo…

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E non capite sempre male! Ok, ho un’anima abbastanza triste, mi deprimo facilmente e spesso vengo a piangermi addosso su queste pagine. Ma stavolta è un dolore dolce, amico, mio alleato. È un dolore che mi ricorda che ieri ho fatto una partita a calcetto. Una partita che per tante persone è solo un’ora di svago. Ma per me è stato un avvenimento. Una partita pressoché perfetta, dove ho tirato fuori numeri che ogni tanto dimentico di avere. Una partita giocata nel ruolo più bistrattato, forse, ma che mi ha dato grandi soddisfazioni ieri. Segnare da centrocampo e sentirmi dire da un compagno “E questo da dove l’hai tirato fuori?!?”, raccogliere i complimenti a fine partita per una vittoria schiacciante… Tutto questo, dopo quei maledetti 19 mesi dopo l’operazione, mi riempie di immensa gioia. Per questo io, quel dolore, lo benedico!

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Non so se mi sono mai sentito così. Di sicuro, però, è la prima volta che i miei sogni prendono una forma così tangibile. E non mi sembra neanche vero: è bastato così poco… una chiacchiera, una mezza idea… credevo di aver detto chissà quale cretinata. E invece, per lo meno, è stata una buona idea… se poi si realizzerà o meno saranno il tempo e le circostanze a deciderlo. Ma intanto mi rimane il patrocinio di un’ottima idea, folle al punto giusto ma corroborata da basi per lo meno veritiere (cosa che, per un uomo che crede di non avere fantasia e di non saper sognare, è già un bel passo avanti). Avevo bisogno di un sogno da perseguire, mi diceva pochi giorni fa un carissimo amico (che intanto devo già ringraziare infinitamente per come mi ha dato la “scossa“ giusta) ed il sogno è arrivato.Sarà una strada lunghissima e tortuosa, magari anche irrealizzabile. Ma intanto me la fate percorrere, per piacere?

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