Premessa: ottimisti vade retro. Questo post non è per voi.
Mi ero addirittura scordato di scrivere questo post. Già, l’avevo iniziato martedì scorso, subito dopo aver giocato la prima partita a calcetto; lo continuo oggi, dopo nove giorni, quando mi trovo a rifiutare un’altra partita. Ed eccomi qua, dunque, per l’ennesima volta. A non sapere più neanche cosa pensare, a non avere neanche il coraggio di trovare qualcosa a cui pensare. Il chiodo fisso è quello: sono stato sempre un fervido sostenitore della teoria secondo cui l’amore, quello vero, è uno nella vita. Bene, da una parte mi posso dire sistemato, ma non posso fare a meno di trasportare la cosa su un piano più individuale, ossia l’amore che riguarda una propria passione. Beh, la mia, se mi conoscete da almeno dieci minuti, la sapete tutti. Sapete anche che ho già sofferto per diciannove mesi, in passato, dopo uno dei “contrattempi” più gravi che può capitare a chi condivide la mia passione, e sapete anche che ne sono uscito egregiamente, meglio di prima addirittura. “Ho pagato il mi prezzo”, mi dicevo: credevo di aver saldato una sorta di conto che ritenevo aperto per il solo fatto di amare così tanto un fottuto pallone, e per il credere di essere in qualche modo ricambiato. E invece no: visto che non ci facciamo mancare niente, via di altro infortunio. Una spirale in discendendo, non la sinusoide di cui ho spesso parlato anche qui. “Sarà una cosa da niente, mi sto fermo un mesetto e mi curo”. Passa uno. Passa due. Passano otto. E la soluzione si allontana all’infinito, come se la galleria che sto percorrendo fosse dotata di binari e vada più veloce di me quel tanto che basta per far si che la veda allontanarsi di pochi centimetri giorno dopo giorno. Ecco la vita che non verrà vissuta, con molta probabilità: la mia su un rettangolo verde di erba sintetica. Già lo sento il dottore: “Ma perché non ti trovi un’alternativa?”. Non esiste un’alternativa, dottore mio. Al cuor non si comanda, lo dissero in tanti prima di me.

