Archivio per aprile 2007

Una frase detta così, tanto per dire, senza malizia, forse fatta con l’unico scopo di fare del bene, di arrecare sollievo. Io riesco solo a vederci sfida, vittoria, rivalsa, sacrificio ricompensato. Mi starò incattivendo, forse; sarebbe un peccato, perché queste persone hanno il “solo“ demerito di essere semplicemente figlie di un altro mondo, di un altro stile di vita. Quello che rimane da capire è se questo incattivimento sia il figlio o il padre di ciò che mi sta succedendo, di questa sorta di inno del ”non è mai troppo tardi“ che ora suona nella mia vita. Se ne fosse il padre si ritroverebbe per moglie, ironia della sorta, proprio la voglia di rendere felici quelle persone, di renderle fiere di un ragazzo che diventa qualcuno. Se invece ne fosse il figlio ci troveremmo di fronte a uno scontro generazionale di prim’ordine: per render fiere quelle persone, ho bisogno di incattivirmi ed avere rivalse su di loro. Oppure c’è una terza via, la più semplice e probabilmente anche la più veritiera: dopotutto queste sono riflessioni che lasciano il tempo che trovano. Torniamo nella realtà: studio perché ho capito di poterlo e doverlo fare. Chi se ne frega di padri, figli, fratelli e nipoti: sto costruendo me stesso, e devo dire che da qualche giorno a questa parte i lavori paiono andare bene. Speriamo che il cantiere duri il più a lungo possibile.

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Ragazzi, che domanda. Da uscirci pazzi. Come l’altra volta non è una mia frase, ma una citazione di un telefilm (chi era sintonizzato su Italia 1 verso le 22.30 l’avrà colta sicuramente). Visto, però, che il discorso sui telefilm l’ho già fatto qualche mese fa, stavolta mi concentro sulla frase. È raro per me riflettere così tanto quando vedo un film, o un telefilm. Si, ok, ci sono alcune parole che mi colpiscono più di altre, ma farmi riflettere così profondamente su come potrebbe o non potrebbe essere la mia vita è difficile. Una domanda del genere, ad esempio, è capace di farmi perdere il sonno, di farmi passare pomeriggi inconcludenti solo per sperare di trovare un frammento di risposta. Come vorrei trascorrerlo? Mi viene da chiedermi tanti di quei dettagli, alcuni insignificanti, altri al limite dell’essenziale. Del tipo: con chi vorrei stare? Oppure, dove vorrei stare? Cosa vorrei stare facendo? Poi mi fermo un attimo e capisco che, dopotutto, è inutile pensarci. Come posso immaginare chi avrò al mio fianco in quel giorno, dove potrò stare o cosa avrò occasione di fare. Il che mi riporta ad un altra semplice ma drammaticamente irrisolvibile: quando verrà quel giorno? Certamente non pretendo di trovare la risposta… pazzo si, illuso no. E qui c’è il colpo di scena. Non è questa la domanda che mi fa arrovellare il cervello. La vera vincitrice è: perché non riesco a vivere senza chiedermi tutte queste cose?

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Già. A fine giornata mi pareva quasi difficile crederci. Ancora una volta, come da dieci e più anni a questa parte, siamo ancora noi. I soliti, i più disattenti direbbero. Quelli giusti, correggo gentilmente io. Trasformare una giornata “normale” (perché non venitemi a dire che pasquetta è un giorno speciale, è un giorno come un altro preso a pretesto per “fare qualcosa”) in un qualcosa di diverso non è da tutti. Farmi divertire giocando a rugby, che come sapete non è esattamente il mio sport, facendomici anche capire qualcosa non è ugualmente da tutti. Provocarsi crampi agli addominali dalle risate a ogni strofa di “Oh Happy Day” giusto perché… perché vogliamo fare così è un qualcosa di spettacolare. Avere con quella gente un rapporto così vivo, così intenso da riuscire a scoppiare a ridere solo con un’occhiata, eppure (forse per alcuni, sicuramente per me) così trascurato… beh, io ho finito gli aggettivi. Ok, non eravamo tutti, e qualche pezzo da novanta mancava (tranquillo bellè, hanno chiesto di te!) ma eravamo comunque “quelli giusti”. Sperando di poterlo essere ancora, e non solo quando capita ma anche quando lo vogliamo far capitare noi. Grazie A., A., A., F. e L.. Questa giornata è stata per noi.

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Ecco qua. Lo sapevo che succedeva. Oramai mi conosco troppo bene: tutto quello che riguarda le mie passioni, le mie manie, il mio futuro (eccetto una sola cosa) può essere ridotto al comportamento di una sinusoide. Si alza, rimane un po’ all’apice, torna ad abbassarsi, gratta il fondo, poi risale e via dicendo. È triste, per tanti motivi: il primo che mi viene in mente è quello del non sapermi sorprendere. Eh si, è così triste non sapersi sorprendere. Intraprendere una qualsiasi cosa sapendo già come andrà a finire, o parlare con persone sapendo già le prossime frasi e i contesti futuri. Un altro motivo, altrettanto triste, è quello del veder passare davanti gli altri senza riuscire a reagire: vedo miei coetanei che si laureano e fanno faville, mentre io… Beh, morale della favola: ve lo ricordate quel puntolino che vi dicevo qualche settimana fa? Beh, se ve lo ricordate fatemi un fischio, che io già non lo vedo più…

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Mio Dio, che emozione. Prima di tutto una precisazione, ho sforato di qualche minuto ma sappiate che questo post è dedicato al 31 marzo. Ho aspettato fino all’ultimo per partorire un intervento all’altezza della situazione, tanto che ho tardato troppo. Ma so che verrò perdonato. Dicevamo, 31 marzo: che giorno memorabile. Non posso non farti gli auguri… Eh si, due anni fa iniziava la mia rinascita: quest’oggi, a quest’ora, il mondo sarebbe stato di lì a poche ora il mondo sarebbe stato squassato dalla notizia della scomparsa di uno dei più grandi uomini che la storia abbia mai avuto. Ma per quanto egocentrico possa essere, questo tragico avvenimento non c’entra con la questione: a quest’ora, ero steso in un letto a un centinaio di chilometri da casa mia, in una città che ho da sempre considerato nemica ma che era il mio unico rifugio in quei giorni. Devo dire dopotutto che si è comportata bene: nessun intoppo, ne con me ne con mio padre che mi stava vicino in quei giorni. Tornando a me, ero steso in quel letto, lontano da casa con il solo affetto paterno a proteggermi, e quello di qualche familiare che di la si trovava a passare. Ma la battaglia la stavo vivendo dentro, e per quella nessuno mi aiutava: tre tubi che uscivano dal mio ginocchio destro, la coscia completamente rasata, un disegno con un pennarello verde a indicare che era quello l’arto su cui intervenire (meglio essere sicuri, con il servizio sanitario che ci ritroviamo oggi…), una flebo di antidolorifici e tanti sogni. Il giorno dopo mi avrebbero strappato via quei tubi (una sensazione che raramente dimenticherò), e il giorno dopo avrei cominciato a muovere i miei primi nuovi passi. Le lacrime, ingoiate a stento per non far vedere a mio padre la mia tremenda sofferenza, erano scomparse lasciando la scena alla speranza di poter tornare prima o poi come prima. Col senno di poi, forse 730 notti fa non immaginavo quanto sarebbe diventato importante avere oggi il ginocchio funzionante, seppur con qualche limitazione ma che comunque non limita l’attività della mia vita. Fatto sta che io, 730 notti fa, iniziavo un piccolo, grande nuovo capitolo della mia vita. Tanti auguri a te, ginocchio mio. Avremo tante soddisfazioni insieme, ne sono sicuro. Tanti auguri a te.

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