Tutti pensano ad andare avanti. Si fa sempre tutto per andare avanti: lo fanno le grandi nazioni, inseguendo il progresso che porterà benefici ai loro popoli; lo fanno un po’ tutti i lavoratori, cercando di superarsi l’un l’altro per realizzazione personale o per qualche spicciolo in più. Io invece, oggi, scelgo di guardare indietro. Anche stasera il tempo scorre tra le mie dita come la sabbia fina del Mar dei Caraibi, ma sono questi i momenti che mi piace vivere, i momenti a cui penso quando dico a me stesso o agli altri “stasera rimango a casa”. I momenti in cui chiudo la porta che separa la mia stanza dal resto del mondo, giro a due mandate la chiave e mi fermo. A pensare a ciò che ero, a ciò che sono, a ciò che potrò e che non potrò essere. E stasera tocca, guarda un po’, al ciò che ero. In particolare ho trovato (perché l’ho cercato, non perché mi sia caduto dal cielo, non ho nessun problema ad ammetterlo…) il blog di una persona che mi è stata molto cara, una persona per cui avrei fatto davvero di tutto… se solo avessi scoperto di volerlo davvero. Ad ogni modo questo non vuole assolutamente essere un pretesto per piangere lacrime sul latte versato (anche perché non ci sono ne le prime ne il secondo), bensì un momento per riflettere su come ero, su come eravamo. O forse prima di riflettere su tutto questo dovrei prima ricordarmelo, visto che di quel periodo ricordo solo la fine. Già, com’ero allora? Com’ero due anni fa? Non ricordo neanche questo, e la cosa onestamente non mi fa’ piacere, visto che comunque si tratta di me, della mia vita. Alcuni mi dissero, appena passato quel periodo, che ero cambiato “da così a così” (in meglio, per fugare ogni eventuale dubbio dei lettori). Altri mi dicono che oggi sono un bravissimo ragazzo, malgrado io mi ostini a sostenere che in me c’è più di qualcosa che non va. Quel che è sicuro è che quel periodo mi è servito tantissimo per capire cosa stavo sbagliando, e per non ripeterlo. Se ora sono quello che sono (ma cosa sono ora, dopotutto?) lo devo, probabilmente, in gran parte a quella sofferenza. Visto che mi è servito per crescere, dovrei essere contento di aver sofferto così tanto. Dovrei essere soddisfatto di essermi leccato le ferite, di aver barcollato, di aver quasi perso il controllo per poi rimettermi prima in ginocchio, aggrapparmi a chi avevo vicino e con il loro aiuto rialzarmi. Sapete qual’è la cosa assurda? Lo sono davvero…

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